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martedì 28 novembre 2017

Red Light Skyscraper, L'intervista

Oggi intervistiamo la giovane band di Siena, i Red Light Skyscraper.


D. Quanto è difficile realizzare un "sogno" per chi è giovane oggi?
R. Metterci passione e impegno ogni giorno non basta: è necessario avere una strategia adeguata. Dopodiché non è più questione di "quanto sia difficile" ma di "quanto tempo occorra" per raggiungere il traguardo.

D. Avete mai partecipato a dei casting di Talent? E cosa ne pensate dei Talent stessi?
R. Non abbiamo mai partecipato a nessun Talent ma, conoscendo persone vicine a noi che hanno partecipato, la riteniamo un'ottima opportunità solamente per pubblicizzarsi.

D. Secondo voi quanto i Talent hanno condizionato il mondo discografico oggi? E quanto nella discografia italiana?
R. Crediamo che i Talent siano un metodo per realizzare un contratto tra un artista ed una major, con la differenza che è tutto reso ad hoc per un format televisivo. Quindi, sicuramente hanno segnato un importante cambiamento nella discografia mondiale.

D. Con molta obiettività, secondo voi nel mercato italiano (e parlo di quello che propongono le case discografiche) quanto salvereste e quanto buttereste dalla finestra?
R. Non salveremmo praticamente niente a parte qualche rara eccezione.

D. Il titolo del vostro album “Still the Echo” sembra guardare al futuro. Quali sono i vostri obiettivi? Raccontateci il vostro album.
R. L'obiettivo di 'Still the Echo' è di togliere ogni freno inibitorio all'ascoltatore, in modo che ci si possa lasciar travolgere dalle proprie emozioni. Abbiamo voluto realizzare un prodotto che fosse accessibile ai profani della musica strumentale, senza tuttavia rinunciare alla nostra identità. 
L'album alterna atmosfere eteree a violenti muri sonori e comprende brani perlopiù strumentali con chitarre, basso e batteria, in alcuni casi ricorrendo all'uso di fender piano e voce (Necessary and Sufficient Condition), composizioni brevi ed taglienti (Yugen) o toccando temi come il "sogno lucido" (Wander). 
E' stato registrato e mixato nel Maggio 2017 a Siena al Virus Recording Studio, utilizzando la modalità "in presa diretta" per catturare l'essenza del nostro sound. 
La fase del mastering è stata affidata a Frank Akrwright (Joy Division, The Smiths, Arcade Fire, Mogwai) degli Abbey Road Studios di Londra. 

D. Gli artisti musicali si dedicano molto alla costruzione del proprio live. È una dimensione che a voi piace o credete anche in forme promozionali differenti? In questo caso, credete nell’opportunità in più nell’essere parte del progetto di un’etichetta?
R. Ci dedichiamo da sempre alla costruzione di un nostro live show, cercando di affinare tutti i dettagli. Ovviamente crediamo sia molto efficace unirlo a forme promozionali sia sul web che non. Ci piacerebbe molto essere parte del progetto di un'etichetta che sia coerente con le nostre idee: ultimamente stiamo lavorando proprio in questa direzione.

D. Dove possiamo trovarvi? Ricordateci quali sono i vostri canali social.
R. Ci trovate ovunque! Siamo su Facebook, YouTube, Spotify, Soundcloud, Instagram, Twitter e su tutti i digital stores.

venerdì 3 marzo 2017

Le Mosche: intervista alla rock band romana



Continua il volo di questa band romana attraverso un debutto che vuole esprimere ancora più chiaramente la profonda disillusione che caratterizza gli inizi di questo secondo millennio
"Senza ali" è il furioso e disilluso album d'esordio della band romana Mosche. Il loro è un rock duro contaminato da varie influenze e sonorità, dall'elettronica al progressive. Un lavoro che conta anche una particolare cover di "Il mare d'inverno". Agguerrito e rabbioso, "Senza ali" segna l'inizio di un gruppo promettente, una scarica elettrica che vorrebbe scuotere una realtà amara che ci schiaccia ogni giorno. Un invito a spiccare il volo, a suon di brutali colpi di rock.

"Le Mosche” si scelgono il ruolo di invisibili osservatori. Attraverso un ronzio rivelatore e ad alto volume fanno luce sul “letame” attorno al quale volano e di cui sempre si sono per necessità nutrite": di cosa è fatto questo letame? Cosa indica questo termine per voi?
-È quello che ti porti dentro, che ognuno nelle relazioni con gli altri porta con sé consciamente o meno. Ognuno di noi ha un bagaglio di principi e modi di pensare e comportarsi secondo codici voluti da chi ci ha educato e che a propria volta ha subito tali “imposizioni”. Riflettere su questo, far luce su ciò che davvero ci appartiene interiormente e ciò che invece viene direttamente dall’esterno già è un buon punto di partenza per cominciare ad essere noi stessi davvero. Viviamo in una società dove ti viene detto che devi essere te stesso ma in realtà poi dai fastidio e vieni emarginato se lo fai davvero. C’è un’ipocrisia di fondo che ti chiede verità ma vuole finzione.


Vi sentite come "Mosche senza ali"?
-Utilizzando la musica come mezzo, come semplice strumento, come amplificatore di un pensiero e di un modo di vedere le cose, ci sentiamo degli insetti, delle mosche. Osservatori onnipresenti e rivelatori fastidiosi di frammenti di realtà maleodoranti e marci, che faremmo meglio a evitare e sui quali vorremmo far luce in modo da permettere una riflessione anche da parte di chi ci ascolta. Come le mosche ce ne nutriamo perché da sempre è stato così. Siamo ciò che siamo da sempre. Figli del nostro ambiente. “Senza ali”, il nome del nostro primo album è volutamente indicativo dell’essere rappresentanti di un’esistenza a metà. Questo mondo ti trasforma in ciò che non avresti immaginato ma non lo fa completamente, quindi anche nel male soffri una mancata totalità.


A tratti progressive, a tratti metal (passando per il "funky" di "Talent", l'elettronica di "Vedi Sara!", persino un assaggio di dub in "Padre"): come definireste con una parola quello che fate?

-Musica.


In questo "Senza ali" c'è una cover di "Il mare d'inverno", celebre pezzo scritto da Enrico Ruggeri e interpretato da Loredana Bertè. Come mai avete deciso di inserire nel disco proprio una cover di questo brano?

-Il tema è rappresentativo proprio di uno dei concetti che è alla base del nostro messaggio. Nella ricerca infinita della propria felicità e di una crescita sempre maggiore, guardare ciò che siamo abituati a guardare anche da un altro punto di vista, da un’altra angolazione, da un altro tempo e con un altro stato d’animo ne cambia la nostra percezione di quel qualcosa. Il mare d’inverno è un esempio di tale pensiero che ci è sembrato molto calzante.



Cosa ascoltano le Mosche di solito?

-Qualsiasi cosa, veniamo da background culturali molto diversi. Quello che ci accomuna è il non rifiutare a priori nessun tipo di ascolto. Il pregiudizio è bandito e in fase compositiva siamo molto collaborativi e tolleranti l’un l’altro verso le nostre idee individuali.



Quali sono i dischi in uscita che state aspettando in questo 2017 appena iniziato?

-Beh, non usciranno poche cose; tra gli italiani interessante sarà sicuramente ascoltare il lavoro dei Baustelle, poi ci sarà il nuovo di John Mayer, inaspettatamente un nuovo lavoro dai Deep Purple… insomma qualche cosina succulenta se la si cerca arriva sempre.



Quali sono le difficoltà per delle sinergie artistiche di questi tempi? Credete che si possa ancora parlare di una scena ‘indie’ unita che spinga verso la stessa direzione di condivisione e diffusione?

-Perché è mai stato così? No, scusa la risposta disillusa d'impulso ma nella scena italiana c'è talmente tanto individualismo che mi viene da ridere ad ascoltare la tua domanda. Indipendentemente dal genere musicale. Ognuno promuove e condivide solo se stesso. C'è bisogno di farlo presente davvero? Basta guardarsi intorno. Uomo mangia uomo. Da sempre. La solidarietà è ipocrisia mascherata. È il doppio fine per cui si aiutano gli altri. Il tornaconto personale è l'unico Dio. Cambiare tutto ciò è utopia ma l'importante è che i pochi che vogliono davvero cambiare questa cosa siano talmente presuntuosi da farlo costantemente. Ovviamente è un discorso che va oltre la musica. Esiste in tutti i campi. La società è marcia perché l'essere umano è meschino. Non esserlo è troppo rischioso. Coloro che rischiano sono pochi e nelle nostre canzoni ci appelliamo soprattutto a quei pochi. Ho divagato ma non mi viene da dire altro.



Cosa avete in serbo per noi nel futuro prossimo?

-Un secondo disco con un sound rinnovato e sicuramente diverso rispetto a ciò che abbiamo prodotto fin ora. Ogni album è un’opera a sé e quando si chiude si volta pagina. Non vogliamo fossilizzarci su un’immagine sonora uguale a se stessa nel tempo. Miriamo ad un’evoluzione continua.
Ufficio Stampa:

UKIPress
www.ukizero.com






martedì 8 marzo 2016

CAROL LAURO: intervista su Ryar Radio


Mercoledì 9 Marzo a partire dalle ore 17.45, l’attrice cantante CAROL LAURO sarà ospite ai microfoni di RYAR Radio in diretta su www.ryarwebradio.net, la radio che dà spazio alla nuova generazione di sognatori ed artisti. La puntata del programma Zoom, sarà condotta da un esilarante terzetto, Flavio Marini, Fedele Tullo e Mary Finocchiaro. Si parlerà del nuovo progetto discografico ‘CAROL CANTA DALIDA’ che uscirà nella primavera 2016 con la label OML/Theatre. Carol Lauro presenterà in esclusiva dal vivo, uno dei brani dell’EP. Carol, in questo lavoro, omaggia Dalida’ attraverso un’interpretazione molto personale di un mondo musicale di grande respiro e che ha incantato generazioni di pubblico e di critica, ora in una veste tutta nuova. 

OML Promotion

lunedì 29 febbraio 2016


THE TIES intervistati a WeWantRadio!



The Ties, prima di sbarcare Oltremanica con il nuovo singolo, sono stati intervistati ai microfoni di Wewant Radio da Fabio Villanis, Dj e tuner selector

La radio, attiva dal 2012, è stata scelta dalla music label One More Lab, per registrare un acoustic set della band, che andrà in onda il 2 marzo sulle frequenze web di wewantradio.it. L'innovativa radio, propone una nuova forma di intrattenimento, che si estende oltre i confini della rete e diventa esperienza. “L’informazione è potere” ed è su questo concetto che si basa parte dei programmi che Wewant Radio propone al proprio pubblico. L’intrattenimento, visto con un occhio critico e giovane, mira proprio a fornire al pubblico, non solo un’opportunità di svago, ma anche, l’opportunità di affrontare le tematiche di attualità con obiettività e serietà. Protagonista indiscussa, è sempre la musica. Molti i programmi, tra cui “I like it” condotto dall’ottimo speaker e Dj Fabio Villanis. I The Ties, sono ospiti per la puntata del 2 marzo. La band, dopo l’uscita ufficiale su ITunes del 6 novembre, ha raggiunto con l’EP “What's Next?” la classifica tra i Bestseller nelle charts di Amazon. Il singolo 'The Turning', esalta, attraverso il sound, tutto il sapore Brit che si respira ascoltando i migliori album degli Oasis e dei Rolling Stone. ‘What’s Next ?’ è stato anche al #1 posto in classifica sempre su Amazon, tra gli album ROCK e INDIE più venduti. In attesa del secondo singolo della band, prodotto in Inghilterra, li ascoltiamo ospiti della puntata del 2 marzo 2016 a partire dalle ore 16!


martedì 17 febbraio 2015

Intervista ad Andrea Casale, cantautore italiano che guarda all'estero



- Nasci prima come pianista o come cantautore?
Molti scrivono musica perché prima hanno imparato a suonare. Io invece ho imparato a suonare perché ho sempre voluto scrivere musica. In casa mia da prima della mia nascita c’è un pianoforte a mezza coda che appartiene a mio padre e ho iniziato così ma non ho mai studiato con un maestro di musica. Intorno ai 14 anni, abbagliato dalle nuove uscite discografiche di quel periodo (“Up” di Peter Gabriel e “Des Visages, des figures” dei Noir Desir su tutte) decisi che avrei imparato a suonare più seriamente al fine di scrivere musica. E con la mia vecchia band, Airglow, è successo qualcosa di simile: di solito s’inizia a suonare insieme cover per poi iniziare a fare musica propria, noi, a 16 anni, iniziammo subito con musica inedita.

- Il tuo disco d'esordio “Tourist in my Hometown”, uscito sul finire del 2014, è scritto interamente in inglese. Hai mai pensato di scrivere i testi delle tue canzoni in italiano?
Bella domanda. Ho scritto le prime due canzoni intorno ai 15 anni ed erano in italiano. Poi, mentre lavoravamo ad una traccia, Claudio Ciaccioli (insieme a membro fondatore degli Airglow ed eccellente polistrumentista che ha suonato nel mio disco) mi disse “proviamo a scrivere il testo in inglese”. E incominciammo così. Le ragioni per cui scrivo in inglese sono diverse: la prima è che, nonostante l’italiano sia una lingua sicuramente più ricca, l’inglese è decisamente congeniale al mio modo di esprimersi, grammatica più semplice, suoni più ‘diretti’ e tante frasi idiomatiche e figure retoriche che in italiano non esistono. L’inglese mi permette inoltre di arrivare ed essere compreso da un pubblico più vasto che comprende quello anglofono ma anche tutto quella fetta di pubblico non anglofona ma che sicuramente padroneggia la conoscenza della lingua (penso ai Paesi di Centro e Nord Europa). Infine, scrivere in italiano mi fa sentire più “nudo” invece l’inglese mi da quel senso di “protezione”grazie al quale riesco ad essere sicuramente più sincero.
Ma in realtà sono un appassionato della conoscenza delle lingue straniere: parlo fluentemente inglese, francese e ho una conoscenza scolastica del turco. In futuro mi piacerebbe provare a sperimentare sperimentare il cantato in altre lingue come il turco, alcune lingue africane come il kirundi, swahili, lingala, cosa che mi è capitato di fare dal vivo suonando in alcuni festival interculturali sul territorio di Parma.

- Com'è stata l'esperienza dell'autoproduzione?
Fantastica. Hai il controllo totale sul tuo lavoro e suoni senza nessuna pressione esterna. Non ho avuto vincoli artistici di alcun tipo. Il fatto è che in fase promozionale però sei solo con te stesso e a volte non è sufficiente, è innegabile che con una casa discografica dietro sarebbe tutto più facile.

- Tu sei molto giovane (Taranto classe 1988), speri di fare il musicista “da grande”?
Ma io faccio il musicista. Solo che non è la mia fonte di reddito. Conseguirò la laurea in Farmacia quest’anno e di qui la mia futura occupazione. Purtroppo la musica è un terno al lotto e pur sapendo che non smetterò mai di suonare e fare altri dischi non me la sono mai sentita di rischiare tutto puntando solo sulle mie canzoni. Non perché non ci creda, è nel mondo della musica che non credo. Per cui, per ora va bene così, se poi il mio successo dovesse portarmi altrove, tanto meglio. Vedremo…

- Come mai hai sentito la necessità di fare un disco?
Non è il mio primo lavoro in realtà. Nel 2009 avevo fatto un EP intitolato “Blu Magnetico” con la mia vecchia band di cui vi dicevo, gli Airglow. Brani tutti scritti da me e Claudio Ciaccioli. Nel 2012 insieme a Claudio e a Riccardo Rinaldi (anche lui degli Airglow) abbiamo scritto la colonna sonora di “Ciò che Resta”, progetto letterario multimediale di Aldo Calò Gabrieli. Ma fare un disco “solista” per me era più che necessario. Innanzitutto perché, dopo aver fatto l’esperienza in una band, mi sono reso conto di quanto le ‘dinamiche democratiche’ di un gruppo spesso possono essere limitanti. E poi dopo lo scioglimento del gruppo avevo bisogno di un progetto tutto mio che avrei potuto gestire come meglio credevo e sui cui avere il 100% delle decisioni. Però ci suonano comunque i miei vecchi amici Claudio Ciaccioli e Livio Bartolo ed è stato missato da Francesco La Sorsa, amico d’infanzia, per cui è come se ci fosse comunque una sorta di continuità tra passato e futuro. Ma soprattutto c’è la voglia di mandare un messaggio attraverso la mia musica che non è un insegnamento o un messaggio politico e sociale, ma è più un condividere delle idee e delle ispirazioni con chi ascolta il disco che possono indurlo a fare le mie stesse riflessioni.

- A chi pensi possa interessare la tua musica?
La mia musica e i miei intenti sono davvero senza frontiere. Credo che la mia musica sia accessibile a chiunque, di qualsiasi età, preferenza musicale e collocazione geografica.

- E tu invece che musica ascolti?
Il mio eroe da quando sono piccoli è Peter Gabriel, musicalmente parlando è come un padre per me sia con i Genesis ma soprattutto come artista solista. Mi piacciono molto Esperanza Spalding, Bon Iver, Franco Battiato e i Kings of Convenience. Spazio molto, mi piace tutto ciò che abbia un’anima e una testa. Ho citato giusto i miei preferiti, poi, com’è giusto che sia, vado molto a periodi. In questi giorni sto sentendo i Foster the People, Sinead O’Connor e i Band of Horses. Nella scena italiana mi piacciono molto i Suntiago e Le Luci della Centrale Elettrica.

- A chi ti sei ispirato per la realizzazione del disco?
Intendi artisticamente? Credo che naturalmente sia un condensato di tutta la mia musica preferita, le influenze sono inevitabili. Ma cerco sempre di prendere il meglio di questa “eredità”e sviluppare idee nuove, non mi piace imitare e basta, sarebbe fine a sé stesso. Quello che m’interessa invece è andare sempre “oltre” quello che esiste già. Magari non sempre ci si riesce, ma bisogna provare.

- Stai già lavorando al nuovo album o andrai in giro a suonare dal vivo il primo disco?
Per il prossimo album c’è tempo, ci sono altri progetti a cui voglio dedicarmi nel frattempo, tra cui la mia laurea e portare avanti le attività della mia associazione “paolozayd”, che promuove il dialogo inter-religioso. Ma comunque ci sono già delle nuove canzoni… io scrivo sempre, per cui tengo sempre da parte le mie nuove bozze.

Grazie mille ad Andrea Casale!

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